La de-patologizzazione dell’omosessualità in psicologia

dott.ssa A. G. Curti

Scopo dell’articolo è quello di ripercorrere in modo sintetico ma puntuale le vicissitudini del concetto di omosessualità. Data la vastità del tema, ho scelto di inquadrare il discorso all’interno di alcune coordinate di riferimento: nello specifico, mi sono concentrata sul periodo storico contemporaneo, quindi quello che va dall’ ‘800 ai giorni nostri, e di procedere con un taglio di tipo psichiatrico e psicologico, tra i tanti possibili.

Prima di cominciare, faccio una premessa per me fondamentale. I concetti di sano e patologico, lecito e illecito, naturale e innaturale, sono da considerarsi creazioni di matrice esclusivamente culturale. Ciò significa che i contenuti di tali concetti cambiano, anche radicalmente, a seconda delle coordinate storiche e sociali in cui ci si trova a vivere. Una banalità, probabilmente, ma mi sembra doveroso specificare questo aspetto, dal momento che noi come esseri umani cresciamo in una cultura di appartenenza, e nutriamo il nostro modo di vedere la realtà a partire dalle norme esplicite ed implicite di tale cultura. Quindi, ogni volta che guardiamo ad una cosa del mondo, lo facciamo con delle particolari “lenti”, costruite sulla base dei luoghi, dei tempi, delle famiglie, delle persone incontrate, e così via.

Fatta questa premessa, cominciamo col dire che, nel periodo storico preso in considerazione, possiamo distinguere tre fondamentali passaggi nel modo di concepire l’omosessualità.

Il primo passaggio è avvenuto indicativamente nella prima metà del XIX secolo, nel momento in cui l’omosessualità ha cambiato dominio di appartenenza, passando dall’essere oggetto della morale – che coincideva con la religione – ad essere oggetto della medicina. Si sviluppa, sulla base anche delle influenze illuministiche antecedenti, un interesse sempre più scientifico per i comportamenti abnormi (1) e folli e, di fatto, la psichiatria si impone sempre più come disciplina medica: l’omosessualità passa gradualmente dall’essere un mero atto sessuale, giudicato deviante dalla morale religiosa, all’essere oggetto di studio psichiatrico. La domanda centrale si trasforma dal “che cosa una persona fa a livello di pratiche comportamentali e sessuali messe in atto”, al “che cos’è l’omosessualità da un punto di vista eziologico”: in altre parole, si passa dal considerare le persone non etero-orientate come peccatori o rei, al cercare di studiare la possibile origine neurologica e psicologica dell’omosessualità.
Se da un certo punto di vista ciò ha costituito un’evoluzione – nei termini di stigma sociale, come diremmo oggi, ma anche nei termini molto concreti di fuoriuscita da un sistema di punizione dei comportamenti (2) – sono naturalmente anche evidenti tutti i limiti di tale cambiamento, dal momento che per la persona omosessuale l’unica strada possibile per essere sganciata dal dominio religioso e/o giuridico è stata quella di diventare oggetto di uno studio scientifico a marca esclusivamente patologizzante e categorizzante. Ai tempi, la ricerca delle cause dell’omosessualità ha dato, come prevedibile, risultati ben poco esaustivi o utili: si va dalle ipotesi più propriamente organiche – che definiscono l’omosessualità come forma degenerativa cerebrale innata (Krafft-Ebing, 1897) (3), o, ancora, come un difetto delle terminazioni nervose della zona anale (Mantegazza, 1886) (4) – a quelle di natura più psicologica – ad esempio, l’ipotesi per cui la configurazione omosessuale sarebbe raggiunta a seguito di associazioni erronee tra sensazioni di piacere e contesto esterno (Schrenck Notzing, 1897) (5). Mi limito a dire che, come tutti i tentavi di spiegazione che partono da apriori teorici, queste ipotesi sono inevitabilmente tautologiche e, dunque, non esplicative di alcunché. Per la serie: l’omosessualità è una malattia perché è una malattia. Ma andiamo oltre, e procediamo verso il secondo momento di passaggio.

All’incirca a cavallo tra la prima e la seconda metà del XX secolo, nel contesto di una complessa serie di cambiamenti socioculturali, può avere luogo un movimento di fondamentale importanza: nasce una nuova spinta, nel mondo scientifico, tesa ad analizzare l’orientamento sessuale non a partire da una cornice teorica predeterminata – e, quindi, inevitabilmente patologizzante – ma a partire dalla ricerca scientifica. L’effetto di tale passaggio è determinante: il riferimento è qui d’obbligo ad A. Kinsey (1948, 1953) e al suo rapporto, grazie al quale, in primo luogo, l’omosessualità comincia ad essere indagata all’interno del più ampio panorama della sessualità umana, e, secondariamente, emerge come attrazioni e comportamenti omosessuali siano molto più diffusi di quanto il senso comune preveda e, soprattutto, come la sessualità si organizzi lungo un continuum ricco di complessità, sfumature, particolarità. Quindi, al contrario di quanto si era sempre creduto, la realtà si rivela essere molto più complessa del binomio etero/omo e, di conseguenza, molto meno sensate le distinzioni sano/malato su di esso fondate. Per quanto riguarda, invece, lo specifico dell’ambito psicologico e psichiatrico, sono stati di fondamentale importanza gli studi di E. Hooker (1957) (6) a proposito della relazione tra orientamento sessuale e psicopatologia – una relazione, lo ricordiamo, fin qui data per scontata. La sua proposta fu, in realtà, molto semplice: allo scopo di verificare se ci fossero realmente delle differenze nella salute mentale determinate dalla variabile orientamento sessuale, la Hooker somministrò il test proiettivo di Rorschach a campioni di persone eterosessuali e omosessuali, facendo poi valutare i risultati a professionisti della salute mentale che non conoscevano l’orientamento sessuale dei soggetti di cui stavano correggendo il test. Risultato: i valutatori non erano in grado di inferire l’orientamento sessuale a partire dal test, in quanto i punteggi relativi al funzionamento mentale non mostravano alcuna differenza in tal senso. Ai nostri occhi potrebbe sembrare una conclusione scontata, ma non lo è affatto: questo risultato mostrava, di fatto, una conclusione lampante ed empiricamente basata, vale a dire che non vi era alcuna variabile clinica e psicologica per cui l’omosessualità – fino ad allora studiata, analizzata e categorizzata come disturbo psichiatrico – potesse essere ricondotta ad una entità diagnostica.
Questi studi determinarono l’inizio di tutta una serie di ricerche empiriche che, passo a passo, hanno definitivamente tolto senso alla patologizzazione dell’omosessualità da un punto di vista clinico e scientifico. Gradualmente, tale cambiamento venne registrato e ufficializzato anche dalle più importanti associazioni mediche, psichiatriche e psicologiche e dai relativi manuali di indicizzazione diagnostica. Basti pensare, a tal proposito, alla storia del DSM (il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali redatto dall’American Psychiatric Association): la prima versione, del 1952, categorizzava l’omosessualità nei Disturbi Sociopatici di Personalità, mentre nella seconda versione, edita nel 1968, veniva invece inclusa tra le Deviazioni Sessuali – al pari di pedofilia e necrofilia. Dodici anni dopo, nel 1980, la terza edizione del DSM derubrica l’omosessualità dalle categorie diagnostiche, ma con una specifica che mi sembra importante raccontare: per giungere a questa scelta si rese necessario un referendum, per la prima volta nella storia della task force dell’APA, tale evidentemente era la delicatezza dell’argomento; di fatti, probabilmente nel tentativo di minimizzare i contrasti interni all’APA si scelse di togliere la categoria diagnostica dell’omosessualità, ma di inserire – altra prima volta nella storia di tale manuale – quella di omosessualità egodistonica, volendo in tal modo indicare quella categoria di persone omosessuali che considerano la propria omosessualità come un problema/una malattia. Questa “clausola” è importante che venga ben presa in considerazione, in quanto rappresenta una vera e propria bizzarria diagnostica: il suo inserimento, infatti, sembra essere determinato non tanto da una base empirica e di ricerca, quanto da una sorta di necessità “politica” emersa da controverse interne all’Associazione Psichiatrica Americana tra chi era favorevole e chi contrario alla derubricazione dell’omosessualità. Inoltre, il concetto di egosintonia/egodistonia (intesa come il grado in cui il soggetto sente come proprio e “gradevole” un sintomo o, al contrario, lo consideri non voluto e sgradevole) rappresenta sì una variabile psicologica importante, ma in nessun modo ha mai determinato l’inserimento di una diagnosi nei sistemi di categorizzazione. Ad ogni modo, anche quest’ultima traccia viene eliminata nella revisione della terza edizione, quindi nel 1987, senza subire ulteriori modifiche nelle versioni successive, quarta e quinta, fino ad oggi. Ciò che mi sembra più interessante, anche a partire da questo breve excursus nel DSM, è il mettere in luce come tale croni-storia sia specchio fedele dei cambiamenti culturali della nostra società: le date di pubblicazione delle diverse edizioni, infatti, segnalano, pari passo, l’evoluzione e il cambiamento dei costumi e delle concezioni sociali, confermando, a mio avviso, l’ipotesi espressa all’inizio dell’articolo, vale a dire che i concetti di sano e patologico, anche da un punto strettamente scientifico, non sono costrutti calati da un “alto”, fondato su una verità naturale e incontrovertibile, ma al contrario sono elementi mobili, complessi e culturalmente determinati, così come culturalmente determinato è lo sguardo, anche scientifico, con cui ad essi guardiamo.

Il terzo, ed ultimo, passaggio interessa il momento attuale, quello della fase storica in cui viviamo. Sulla base di quanto esposto fino a qui, possiamo definire tale momento come basato sull’indagine empirica e scientifica delle variabili dell’omofobia: in altre parole, dal momento che l’orientamento omosessuale è stato finalmente definito come “una variante naturale del comportamento umano” (OMS – Organizzazione Mondiale della Sanità, 1990), l’oggetto di interesse non è più l’omosessualità di per se stessa, ma il modo in cui le variabili di non accettazione identitaria – interiori ed esteriori – possono giocare un ruolo determinante sul benessere mentale delle persone e, in senso più allargato, delle società. Come emerge chiaramente dalle date, si tratta di una fase di passaggio e, come tale, non di un “risultato” già ottenuto e consolidato: se esiste un panorama scientifico, nazionale ed internazionale, che, da circa due decenni, sta confermando gradualmente tale passaggio tanto con dichiarazioni ufficiali, quanto con una sempre maggiore attenzione allo studio degli orientamenti sessuali e delle variabili legate all’omofobia interiorizzata ed esterna, esistono però anche innumerevoli situazioni e contesti in cui il tentativo si muove esattamente nella direzione opposta, ovvero nel cercare di mantenere una visione stigmatizzante dell’omosessualità come patologia, o blocco evolutivo, o problematica ego-distonica. Indipendentemente da quale di queste etichette venga scelta, l’aspetto centrale – e insidioso direi – sta nel fatto che, laddove si individua una forma problematica e/o patologica, diventa lecito individuare anche una terapia atta alla sua risoluzione (7). Sono purtroppo numerosi i contesti in cui questo tipo di ragionamento ha ancora vita e attuazione, nonostante il categorico contrasto con la comunità scientifica internazionale (8).

In conclusione, quindi, penso sia di fondamentale importanza, nell’approcciarsi alla tematica omosessuale tanto da un punto di vista socio-culturale quanto da un punto di vista più squisitamente clinico e psicologico, l’avere chiara in mente la storia da cui proveniamo, i suoi passaggi, i suoi risvolti espliciti ed impliciti, al fine di rivolgere ad essa uno sguardo né “positivo” né “negativo”, ma semplicemente critico, vale a dire svuotato da apriori e idee preconcette, specialmente se, nel farlo, siamo all’interno di una professione d’aiuto – medica, psicologica, psichiatrica o di qualsiasi altra natura.


Note al testo:

  1. Utilizzo il termine nel senso di “anormale”, vale a dire “che si discosta dalla norma”.
  2. Uso il termine “evoluzione” dal momento che, fino all’epoca di questo passaggio storico, le punizioni degli atti omossessuali previste dal diritto ecclesiastico e dalla legislazione laica annoveravano pratiche che potevano andare dalla bastonatura alla pena capitale per impiccagione, annegamento o rogo. Cfr.: Pedote P., Lo Presti G., Omofobia, Nuovi Equilibri, Viterbo 2003.
  3. Cfr.: Krafft-Ebing R., 1987, Psicopatia sessuale. Linversione sessuale nelluomo e nella donna, Capaccini, Roma (ed. or. 1886); citato in Graglia M., Psicoterapia e omosessualità, Carocci, Roma 2009.
  4. Cfr.: Mantegazza P., 1967, Gli amori degli uomini, in LOsservatore, Roma (ed. or. 1886).
  5. Ad esempio, l’autore nel suo testo riporta il caso di un ragazzo che si stava masturbando quando vide passare un uomo in bicicletta davanti alla propria finestra, e, associando la sua eccitazione all’immagine dell’uomo, divenne omossessuale. Cfr.: Schrenck Notzing F., 1897, La terapia suggestiva delle psicopatie sessuali con speciale riguardo allinversione sessuale, Bocca, Torino; citato in Graglia M., Psicoterapia e omosessualità, Carocci, Roma 2009.
  6. Cfr.: Hooker E., 1957, The adjustment of the Male Overt Homosexual, in Journal of Projective Techniques, 21, pp. 17-31.
  7. La bibliografia riguardante storia ed efficacia delle cosiddette “terapie riparative” è sconfinata. Si rimanda, tra le molte citazioni possibili, al bel lavoro di Lingiardi V., Nardelli N., La riparazione che danneggia. Gli effetti delle terapie per guarire dallomosessualità, in Psicologia contemporanea, 209, pp 44-49.
  8. Si veda, ad esempio, la presa di posizione ufficiale dell’American Psychological Association nell’ambito delle terapie atte a cambiare l’orientamento sessuale, nel testo Report of the American Psychological Association Task Force on Appropriate Therapeutic Responses to Sexual Orientation, APA, Washington 2009, pp. 119-122; tr. it. In Rigliano P., Ciliberto J., Ferrari F., Curare i gay ? Oltre lideologia riparativa dellomosessualità, Cortina, Milano 2012, pp. 237-241.

Bibliografia:

  • American Psychological Association (2009), Report of the American Psychological Association Task Force on Appropriate Therapeutic Responses to Sexual Orientation,  Washington: APA.
  • Graglia M. (2009), Psicoterapia e omosessualità, Roma: Carocci.
  • Hooker E. (1957), The adjustment of the Male Overt Homosexual, in Journal of Projective Techniques, 21, pp. 17-31.
  • Kinsey A. et al. (1950), Il comportamento sessuale delluomo, Milano: Bompiani.
  • Kinsey A. et al. (1957), Il comportamento sessuale della donna, Milano: Bompiani.
  • Krafft-Ebing R. (1987), Psicopatia sessuale. Linversione sessuale nelluomo e nella donna, Roma: Capaccini.
  • Lingiardi V., Nardelli N. (2008), La riparazione che danneggia. Gli effetti delle terapie per guarire dallomosessualità, in Psicologia contemporanea, 209.
  • Lingiardi V., Nardelli N. (2014), Linee guida per la consulenza psicologica e la psicoterapia con persone gay, lesbiche e bisessuali, Milano: Cortina.
  • Mantegazza P. (1967), Gli amori degli uomini , in LOsservatore, Roma (ed. or. 1886).
  • Pietrantoni L., Prati G. (2011), Gay e lesbiche, Bologna: Il Mulino.
  • Pedote P., Lo Presti G. (2003), Omofobia, Viterbo: Nuovi Equilibri.
  • Rigliano P., Ciliberto J., Ferrari F. (2012), Curare i gay? Oltre lideologia riparativa dellomosessualità, Milano: Cortina.
  • Schrenck Notzing F. (1897), La terapia suggestiva delle psicopatie sessuali con speciale riguardo allinversione sessuale, Torino: Bocca.
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