“Riparare” l’omosessualità

dott.ssa A. G. Curti

La comunità scientifica internazionale – si fa riferimento, ad esempio, all’Organizzazione Mondiale della Sanità, all’American Psychiatric Association e all’American Psychological Association (1) –  ha ufficialmente dichiarato, ormai da decenni, che l’omosessualità è una variante naturale dell’orientamento sessuale e, come tale, non ha, di per sé, alcuna caratteristica psicopatologica. In altre parole: le persone omosessuali ed eterosessuali si sviluppano, da un punto di vista psicologico, affettivo e relazionale, in direzioni di sanità o patologia del tutto indipendentemente dal loro orientamento sessuale.
Nonostante ciò, esistono ad oggi delle minoranze all’interno del mondo accademico e clinico che sono mosse dall’intento di “curare” le persone omosessuali, e che definiscono i propri interventi “terapeutici”, appunto, terapie riparative. Il mio utilizzare il virgolettato non ha (solamente) una finalità polemica, ma piuttosto un senso contingente: scopo dell’articolo è, infatti, definire in che cosa tali terapie consistono, il loro inquadramento epistemologico, la loro validità a livello sperimentale e la loro sensatezza da un punto di vista di etica professionale.


Cominciamo quindi col capire che cosa sono le terapie riparative o le Sexual Reorientation Therapies. Come suggerisce il nome stesso, l’obiettivo primario di questi interventi è quello di ri-orientare o riparare la persona omosessuale, facendola diventare eterosessuale o, almeno, facendo in modo che non viva, sul piano comportamentale, le condotte sessuali omoerotiche. Queste tecniche hanno preso piede in particolare nel mondo statunitense, ma non mancano purtroppo dei riferimenti anche nel nostro panorama nazionale (2). Si distinguono due principali approcci in questo ambito, a seconda della tipologia di tecniche utilizzate sulla persona al fine di ottenere il “ri-orientamento”: una prima categoria di terapie sono dette avversive in quanto basate su tecniche comportamentali invasive – ad esempio, l’elettroshock, la suggestione ipnotica o l’iniezione di farmaci inducenti nausea o vomito in associazione a stimoli visivi omoerotici; una seconda categoria di terapie, tutt’oggi utilizzate, vengono invece definite riparative, in quanto utilizzano tecniche meno eclatanti nella loro invasività, ma cercano di condurre la persona omosessuale verso una dimensione eterosessuale attraverso psicoterapie individuali o di gruppo, counselling pastorale o gruppi di preghiera (3).
Una piccola precisazione: in questo articolo farò riferimento in particolare alle tecniche riparative, in quanto quelle avversive sono ad oggi quasi scomparse, anche perché costituirebbero non più solo una violazione dell’etica professionale ma, io credo, anche dei diritti umani; nonostante questa doverosa differenziazione, inviterei il lettore a riflettere su quale sia, ammesso che ci sia, la differenza qualitativa tra il condizionare i comportamenti sessuali di una persona tramite una stimolazione elettrica dolorosa o farlo invece tramite l’evitamento di specifici luoghi, o l’obbligo di frequentare solo persone dell’altro sesso e di attuare comportamenti strettamente appartenenti alla propria identità di genere (tutte tecniche utilizzate dalle terapie riparative).

Ora che abbiamo un’idea più chiara dei contenuti tecnici proposti da queste terapie, mi sembra importante prendere in considerazione per chi esse sono state pensate. In altre parole: chi, solitamente, chiede una terapia di tipo riparativo? È, questa, una questione complessa. Potremmo dire, genericamente, che si tratta di persone che avvertono il proprio orientamento omosessuale come un qualcosa di sbagliato, o comunque come qualcosa che provoca loro sofferenza e smarrimento. Dal momento che la comunità scientifica ha derubricato, da ormai quarant’anni, l’omosessualità dal novero delle patologie mentali, le persone che si occupano di terapie riparative affermano di curare solo le persone che attivamente portano tale richiesta, vale a dire i casi di omosessualità egodistonica (4), nonostante anche questa variante sia stata ormai da tempo eliminata dai criteri diagnostici di qualsivoglia manuale scientifico (5). Si pone qui una questione molto delicata, sia da un punto di vista clinico/professionale sia, io penso, da un punto di vista etico. Possiamo vedere nelle persone che richiedono tali terapie un conflitto, profondo e doloroso, tra delle istanze identitarie di fondamentale importanza: possiamo infatti pensare che, per formulare la richiesta di un tale cambiamento, queste persone vivano la propria omosessualità in modo inconciliabile con il resto della loro esistenza, dei loro valori, delle aspettative famigliari e sociali che nutrono le proprie stesse aspettative su di sé: l’omosessualità, quindi, viene vissuta in modo scisso dal resto della personalità, con sentimenti di vergogna, colpa e sofferenza. Non a caso, una quota prevalente delle persone che chiedono di essere riparate nel loro orientamento sessuale, provengono da contesti socio-culturali in cui l’elemento spirituale e religioso è determinante. Se fossi cresciuta in un ambiente marcatamente connotato in questa direzione, è naturale che la fede religiosa e tutto ciò che essa porta con sé andrebbe a costituire un nucleo centrale della mia personalità, un elemento cardine della mia identità. Se, poi, all’interno di un ambiente siffatto, mi scoprissi omosessuale, è inevitabile che vedrei l’omosessualità con gli occhi del contesto socio-culturale da cui provengo, e da questo sguardo trarrò le mie valutazioni, fino a concepire come inconciliabili due nuclei – quello religioso e quello omosessuale – parimenti fondanti la mia identità. Ed è possibile, quindi, che chiederei di essere riparata in quella parte di me che viene vissuta come ignobile, quella parte che penso mi allontanerà e mi farà perdere tutto il mio mondo di riferimento: chiederei di diventare eterosessuale e di poter in questo modo “far quadrare i conti” nelle mie dimensioni costitutive.
Dunque, penso che si possa ben comprendere come una persona che soffre per questa lacerazione identitaria possa arrivare a volere e richiedere qualunque cosa pur di smettere di soffrire. Ciò che, banalmente, succede in questi casi è che, purtroppo, una sofferenza così profonda e radicata nella persona può incontrare un interlocutore che, invece che analizzare in modo lucido e neutrale tale sofferenza, collude con essa e con tutti i livelli di auto-giudizio negativo alla sua base, confermando alla persona il suo essere sbagliata, e illudendola che reprimere un aspetto identitario centrale qual è l’orientamento sessuale può portare alla “guarigione” (6).

Veniamo quindi a chi è dall’altra parte, cioè alla persona a cui questa richiesta d’aiuto arriva. Si impone, immediatamente, una enorme distinzione, cioè tra coloro che accolgono in qualità di professionisti della salute mentale e coloro che, invece, sono interlocutori di altro tipo, ad esempio pastori o sacerdoti. La differenza tra le due cose non è assolutamente di tipo valoriale, ma sta nel fatto, basilare, che i primi – i professionisti – non possono avere, nell’ambito del loro operato clinico, un sistema di riferimento sovra-ordinato per cui esistono cose giuste e cose sbagliate, ma sono lì per accogliere la domanda di aiuto del paziente, interrogarla, comprenderla nel contesto di vita personale e sociale della persona che hanno di fronte, di modo da aiutarla senza mai imporre il loro patrimonio personale di credenze, convinzioni e opinioni. I secondi, invece, in quanto persone di fede, hanno per loro definizione stessa una serie di idee pre-ordinate di ciò che giusto e ingiusto, peccaminoso o virtuoso, e, nel parlare con i loro fedeli, faranno giustamente riferimento ad esse. Si tratta, anche, di una questione squisitamente epistemologica (7): ad esempio, come professionisti guarderemo all’omosessualità non come un mero comportamento – cosa che invece può fare un uomo di chiesa, che vedrà nell’omosessualità un atto contro natura e, dunque, peccaminoso – ma come un complesso costrutto identitario che, al pari di tutte le altre parti costitutive della nostra identità, consta di molteplici e complesse componenti, in questo caso sociali, relazionali, affettive e sessuali. Parimenti, nel valutare la significatività statistica e l’efficacia di un intervento terapeutico, come professionisti non potremo esimerci dal rispettare tutti i parametri che rendono scientificamente affidabile una ricerca.
L’enorme limite, infatti, delle terapie riparative sta proprio in questa profonda confusione tra piani e livelli differenti, una confusione che potrei vedere come insidiosa e appositamente pensata, ma che mi limiterò a descrivere in termini neutrali. Se, infatti, volessimo passare oltre ai profondi limiti appena descritti, potremmo chiederci: indipendentemente dal fatto che queste tecniche riassumano in sé una confusione di aspetti psicologici, comportamentali, suggestivi e religiosi, indipendentemente da tutto, queste terapie funzionano? La realtà della ricerca scientifica ci dice, ad oggi, che non è possibile rispondere a questa domanda. Mi spiego meglio: sono stati condotti numerosi lavori di ricerca per verificare l’efficacia delle terapie riparative, ma, purtroppo, altrettanto numerosi sono stati gli errori metodologici alla base di tali ricerche, tali per cui le conclusioni raggiunte sono da considerarsi assolutamente invalidate. La maggior parte di questi studi, innanzitutto, è stata condotta da autori che sostengono apertamente l’utilizzo clinico delle terapie riparative e questo è, a ben vedere, già un errore a monte nell’impostazione di una ricerca (immaginatevi che uno studio sull’efficacia di un farmaco venga condotto dalla casa farmaceutica che lo produce. Come considerereste i risultati?). In secondo luogo, i campioni di persone su cui le ricerche sono state effettuate erano poco rappresentativi della popolazione generale (8), o perché, banalmente, mancavano dati basilari come l’età media dei soggetti o la loro etnia, o perché erano soggetti reclutati tramite associazioni religiose attiviste nella propaganda delle terapie riparative, o direttamente tramite gli organizzatori della ricerca stessa; in terzo luogo, un numero limitatissimo di studi esplicitavano il background teorico su cui veniva basato l’intervento, rendendo così impossibile replicarne eventualmente l’applicazione; un ulteriore limite è insito nella scarsa chiarezza delle definizioni dei costrutti presi in esame (ad esempio, se diciamo che la terapia riparativa funziona, sarà ben diverso se per “successo terapeutico” si intende che una persona prima omosessuale diventa astinente sessualmente, o se invece quella persona è diventata un eterosessuale appagato nella propria dimensione affettivo-sessuale);  infine, nella maggior parte dei casi, tali ricerche non contemplavano il fattore fondamentale dei follow-up, vale a dire la verifica, nel tempo, degli esiti della terapia sul soggetto (9). È sulla base di queste potenti limitazioni che affermavo poco sopra come sia del tutto impossibile trarre delle conclusioni valide sui risultati di tali ricerche.Non è possibile, quindi, stabilire l’efficacia o inefficacia delle terapie riparative.
D’altro canto, è stato invece possibile verificare sperimentalmente in modo più affidabile l’impatto negativo che tali terapie hanno sugli individui che vi si sottopongono (10). Questo risultato di ricerca non stupisce più di tanto: il trattamento di ri-orientamento sessuale, infatti, va a toccare e ledere non dei meri comportamenti sessuali – come gli autori di tali terapie sostengono – ma un caposaldo della struttura identitaria di un soggetto, qual è la dimensione dell’orientamento sessuale. Riducendo dei desideri affettivi, relazionali e sessuali a meri atti comportamentali da debellare, tali terapie non fanno altro che incistare e rinforzare quei sentimenti di vergogna, auto-disprezzo e colpa già presenti nel paziente, sentimenti alla base di sequele psicologiche severe come quadri depressivi, bassa autostima e ideazione autolesiva.

Vorrei concludere con una riflessione complessiva e più generale, che si sgancia parzialmente dal livello di una valutazione statistica e metodologica dell’argomento in esame. Oltre a questo livello, infatti, io penso vi sia una considerazione a monte, collocabile a livello di etica professionale. Come professionisti della salute mentale abbiamo una responsabilità enorme rispetto a chi viene a chiedere il nostro aiuto: penso che parte fondamentale di questa responsabilità consti nel guardare chi abbiamo di fronte per quello che è, e non per quello che vorremmo fosse o per quello che dovrebbe essere. In altre parole, penso che l’aspetto più complesso di questo lavoro sia rispettare chi abbiamo di fronte senza imporgli alcunché, e senza avere l’enorme presunzione di sapere noi che cosa sia meglio per lui/lei.


Note al testo:

  1. Le dichiarazioni ufficiali dell’OMS e APA sono accessibili a tutti sui siti web delle associazioni. L’American Psychological Association e l’American Psychiatric Association, inoltre, hanno reso pubbliche tanto delle prese di posizione ufficiali contro le terapie riparative, quanto delle specifiche linee guida nel trattamento di persone LGBT di modo da diffondere una cultura scientificamente orientata tra i propri professionisti. Si confrontino: American Psychiatric Association (2000), Position statement on therapies focused on attempts to change sexual orientation (reparative or conversion therapies) in America Journal of Psychiatry, 157, 10, pp. 1719-1721. American Psychological Association (1998), Resolution on the appropriate therapeutic responses to sexual orientation in American Psychologist, 53, pp. 882-935.
  2. Per quanto riguarda gli Stati Uniti, la principale organizzazione che si occupa di terapie riparative è il NARTH – National Association for Research&Therapy of Homosexuality. In ambito italiano, il principale riferimento è il GruppoLot. Di posizione completamente opposta, invece, oltre alle principali associazioni psicologiche e psichiatriche (cfr. nota 1), per quanto riguarda lo specifico del panorama italiano rimando al sito di NoRiparative.
  3. Per un approfondimento, da un punto di vista bibliografico, sulle tecniche utilizzate tanto nelle terapie avversive quanto in quelle riparative, si rimanda all’interessante studio di meta-analisi di Serovich J.M., Craft S. M., Toviessi P., Gangamma R., McDowell T., Grafsky E.L. (2008), A systematic review of the reaserch base on sexual orientation therapies in Journal of Marital and Family Therapy, 34, 2, pp. 227-238.
  4. I concetti di ego-sintonia e ego-distonia sono centrali in psicopatologia, e fanno riferimento al grado in cui la persona che soffre di un disturbo avverte quest’ultimo come sintono (quindi in sintonia con il proprio Io) o, al contrario, dissintono (quindi sgradito e in contrasto con il proprio Io). Ad esempio: tipicamente l’anoressia nervosa è una forma di sofferenza psicologica egosintonica, in quanto la persona anoressica non riconosce di avere un problema e, anzi, percepisce il dimagrimento e le restrizioni alimentari come qualcosa che arrecano beneficio soggettivo; al contrario, la depressione è altamente egodistonica, in quanto la persona depressa avverte come debilitante, dolorosa e sgradevole la propria condizione.
  5. Per un approfondimento sul percorso storico e scientifico della diagnosi relativa all’omosessualità si rimanda all’articolo La de-patologizzazione dell’omosessualità su questo sito.
  6. La collusione di un terapeuta con aspetti problematici del paziente è uno dei rischi più consistenti, in generale, in psicoterapia. Nello specifico del nostro argomento, si tratta di una collusione macroscopica: i terapeuti riparativi, dal momento che non possono (potrebbero) esplicitamente definire l’omosessualità una psicopatologia in quanto si discosterebbero in modo inconciliabile dalla comunità scientifica cui appartengono, semplicemente “si limitano” a descrivere l’omosessualità innanzitutto come atto sessuale, squalificando ogni componente affettiva e relazionale, e come blocco psicologico, mancato sviluppo della “vera personalità” del paziente. Inoltre, diffondono l’idea che non esista un percorso identitario omosessuale sereno ma che, al contrario, la persona omosessuale è destinata ad un futuro infelice, promiscuo, limitato e così via. Per avere un’idea di come questo tipo di cultura pseudo-scientifica si esprime, rimando a: Aardweg, G. Vam Den (1985), Omosessualità e speranza: terapia e guarigione nell’esperienza di uno psicologo, Milano: Ares (trad. it. 1999).
  7. Per epistemologia (che, letteralmente, significa “discorso sulla conoscenza”) intendo, qui, il sistema di riferimento che abbiamo relativamente alle nostre conoscenze. Se opero come professionista della salute mentale, adotterò un sistema epistemologico di riferimento di tipo scientifico, basato sulle idee cliniche e i dati di ricerca più aggiornati; se opero come uomo di fede, invece, adotterò una epistemologia che fa riferimento alla dottrina religiosa cui appartengo.
  8. Per una corretta metodologia della ricerca, il campione scelto deve essere il più possibile rappresentativo della popolazione generale, di modo tale da poter estendere i risultati di ricerca al maggior numero possibile di persone. Per un utile approfondimento sui criteri basilari secondo cui una ricerca può essere considerata valida o meno rimando all’articolo Il metodo scientifico di questo sito.
  9. Cfr. la meta-analisi di Serovich et al. (2008), che consiste nella riesamina di tutti gli studi pubblicati sul tema delle sexual riorientation therapies dagli Anni ’60 ad oggi. Cfr.: Serovich J.M., Craft S. M., Toviessi P., Gangamma R., McDowell T., Grafsky E.L. (2008), A systematic review of the reaserch base on sexual orientation therapies in Journal of Marital and Family Therapy, 34, 2, pp. 227-238.
  10. Per un utile approfondimento a tal proposito rimando a: Lingiardi V., Nardelli N. (2009), La riparazione che danneggia. Gli effetti delle terapie per guarire dall’omosessualità in Psicologia contemporanea, 209.

Bibliografia:

  • Aardweg G.V.D. (1985), Omosessualità e speranza: terapia e guarigione nell’esperienza di uno psicologo, Milano: Ares (trad. it. 1999).
  • American Psychological Association (1998), Resolution on the appropriate therapeutic responses to sexual orientation in American Psychologist, 53, pp. 882-935.
  • American Psychiatric Association (2000), Position statement on therapies focused on attempts to change sexual orientation (reparative or conversion therapies) in America Journal of Psychiatry, 157, 10, pp. 1719-1721.
  • Lingiardi V., Nardelli N. (2009), La riparazione che danneggia. Gli effetti delle terapie per guarire dall’omosessualità in Psicologia contemporanea, 209.
  • Serovich J.M., Craft S. M., Toviessi P., Gangamma R., McDowell T., Grafsky E.L. (2008), A systematic review of the reaserch base on sexual orientation therapies in Journal of Marital and Family Therapy, 34, 2, pp. 227-238.

 

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2 pensieri su ““Riparare” l’omosessualità

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