Gli atteggiamenti degli Psicologi italiani verso l’omosessualità

dott. C. Baggini

Da oltre 40 anni la medicina e la psicologia non considerano più l’omosessualità come una patologia, come già più volte è stato scritto in questo blog e come testimoniano le principali organizzazioni mondiali e nazionali (APA, OMS, CNOP, ecc.). Con il progresso della ricerca scientifica, molti professionisti hanno avuto modo di rivedere le proprie posizioni circa le questioni inerenti gli orientamenti sessuali. Nonostante ciò, alcuni psicologi e psichiatri continuano a non considerare appieno l’omosessualità come “una variante normale della sessualità umana” (APA, 2012): questo ovviamente ha delle notevoli implicazioni sulla società e, in particolar modo, su quei soggetti che si affidano alle cure di uno specialista. Non è mistero, infatti, che ancora oggi vengano messe in atto terapie riparative (1), o comunque interventi terapeutici volti a modificare l’orientamento sessuale dei pazienti, specialmente quando sono proprio questi ultimi a richiedere tali prestazioni come conseguenza di un disagio psicologico, sociale e/o relazionale.

La letteratura scientifica internazionale evidenzia chiaramente come nel corso degli ultimi anni i professionisti della salute mentale abbiano messo in atto un progressivo cambiamento del proprio punto di vista nei confronti dell’omosessualità, adottando posizioni più inclusive nei riguardi delle persone gay/lesbiche e adoperando sempre di più quello che viene definito come approccio affermativo (2) (Kilgore e coll., 2005).

Considerando la ben nota indole conservatrice dell’Italia (che è uno dei Paesi dell’Unione Europea con il livello più alto di omofobia “sociale” e che, di contro, è uno dei pochi che non prevede alcuna forma di tutela nei confronti delle persone omosessuali),  quali sono gli atteggiamenti degli psicologi italiani nei confronti dell’omosessualità? Questa è la domanda che si sono posti i colleghi Vittorio Lingiardi e Nicola Nardelli dell’Università “La Sapienza” di Roma: sull’idea di un precedente studio che coinvolgeva un campione di psicoanalisti (Lingiardi e Capozzi, 2004) e con la collaborazione dell’Ordine degli Psicologi del Lazio, nel 2010 hanno elaborato e sottoposto un questionario (denominato APO – Atteggiamenti degli Psicologi verso l’Omosessualità) a diversi psicologi/psicoterapeuti laziali iscritti all’Albo per sondare il loro punto di vista sull’omosessualità. Nel corso degli anni successivi, la ricerca è stata estesa ad altre Regioni – tra cui Puglia, Emilia-Romagna, Campania e Piemonte (3) – e ha permesso di individuare dei risultati molto significativi e simili nei differenti campioni.

Nel questionario si chiedeva ai partecipanti di esprimere il loro accordo nei confronti di diverse affermazioni, rispondendo “sì”, “no” oppure “non so”. Alla frase “l’omosessualità è una variante normale della sessualità“, la maggior parte degli iscritti ha risposto affermativamente; tuttavia, sono state osservate numerose risposte negative (nel Lazio, il 15,8% ha risposto “no”) e diverse risposte dubbie (in Puglia, l’11,8% ha risposto “non so”). Un’altra sezione del questionario APO chiedeva quali potessero essere le eventuali ipotesi eziologiche dell’omosessualità: in questa parte si sono registrate le risposte a mio avviso più preoccupanti. Nel Lazio, infatti, ben il 28,2% dei partecipanti sostiene che l’omosessualità sia il risultato di dinamiche familiari patologiche (21% in Puglia e 14% in Emilia-Romagna), mentre in Puglia il 47,5% ritiene che l’omosessualità sia dovuta ad una mancata identificazione con il proprio ruolo di genere (44,1% nel Lazio e 29% in Emilia-Romagna). Da sottolineare come, sebbene un’ampia maggioranza abbia risposto che l’omosessualità è una variante normale della sessualità, molti professionisti abbiano fornito risposte affermative alle diverse ipotesi eziopatologiche proposte, segno che effettivamente vi è molta confusione a riguardo.
In una successiva domanda, veniva chiesto ai partecipanti di valutare il proprio grado di preparazione sugli aspetti clinici e teorici relativi all’omosessualità: in tutte le Regioni è emerso che solo una piccola percentuale degli intervistati si percepisce come “adeguatamente preparata” sul tema (tra il 15% e il 18% dei responders), mentre addirittura un quarto degli iscritti si sente “per nulla preparato” (tra il 21% e il 27,4%).
Ai partecipanti è stato posto anche il seguente quesito: “se un paziente/cliente omosessuale esprimesse disagio relativamente al proprio orientamento sessuale (omosessualità egodistonica), pensa che possa essere utile un intervento psicologico rivolto alla modificazione dell’orientamento sessuale?“; seppur in percentuali differenti per Regione, circa la metà degli intervistati ha risposto che potrebbe essere utile in una quache misura nel caso in cui sia il paziente stesso a chiederlo (Lazio 57%, Puglia 52,9% ed Emilia-Romagna 46%).
Alla fine del questionario, veniva chiesta l’opinione degli psicologi in merito al riconoscimento civile delle coppie omosessuali e all’omogenitorialità: la maggior parte di essi ha dichiarato di essere a favore delle unioni civili (tra l’84,4% e il 91%), mentre più diffidente appare l’opinione in merito alle competenze dei genitori dello stesso sesso (nel Lazio, per esempio, solo il 56,3% reputa che le persone omosessuali possano essere dei buoni genitori, mentre il 30,8% ha risposto di non saperlo).

Una volta raccolti i dati, i ricercatori hanno analizzato statisticamente (4) la possibile relazione tra alcune variabili demografiche dei partecipanti e le risposte fornite al questionario. In tutte le Regioni prese in esame, è stata evidenziata una relazione significativa tra il credo religioso degli intervistati e una visione più patologizzante e conservatrice dell’omosessualità (Lingiardi e Nardelli, 2010; Lingiardi e coll., 2013; Lingiardi e coll., 2014). Come è stato sottolineato anche in una successiva ricerca (5), l’orientamento politico più conservatore e il credo religioso dei professionisti sono risultati dei forti predittori di atteggiamenti riparativi, con notevoli implicazioni sul piano clinico e terapeutico (Lingiardi e coll., 2015).

I dati emersi da queste ricerche – sebbene non siano rappresentativi di tutta la popolazione degli psicologi italiani – rendono doveroso, a mio avviso, soffermarsi a riflettere sulle possibili implicazioni. In primo luogo, è necessario sottolineare come solo una minoranza dei professionisti si ritenga adeguatamente preparata ad affrontare le tematiche relative all’omosessualità, fatto testimoniato anche dalla elevata ricorrenza di risposte “non so” alle diverse domande del questionario e dalla confusione emersa in merito ai concetti di orientamento sessuale, di identità di genere e sulle ipotesi eziologiche. La scarsa formazione sul tema all’interno dei percorsi universitari e nei vari corsi di aggiornamento è già stata sottolineata da noi stessi nel nostro blog e rappresenta, a mio avviso, un dato allarmante e una grave lacuna che deve essere colmata. Le università e gli Ordini Regionali dovrebbero proporre delle accurate riflessioni ai propri iscritti, favorendo un dibattito costruttivo e predisponendo dei corsi volti all’acquisizione di competenze utili nella pratica professionale. Proprio tali conoscenze, basate sulle evidenze della ricerca scientifica internazionale, potrebbero portare alla riduzione degli approcci patologizzanti e dell’applicazione di tecniche volte alla modificazione dell’orientamento sessuale, che ancora oggi rappresentano (anche in Italia, come si è visto) una realtà ben lungi dall’essere storia appartenente al passato. Come già è stato detto, si deve promuovere un passaggio ad un approccio affermativo dell’omosessualità (cfr. nota 2), scevro da pregiudizi e ben lontano da retaggi di teorie obsolete che vedono le persone omosessuali come “malate” o “incomplete”. L’acquisizione di adeguate competenze su una tematica delicata come questa sono d’obbligo per portare i professionisti della salute mentale a riflettere sull’impatto del minority stress (6), dell’omofobia interiorizzata (7) e del pregiudizio sociale che ancora accompagna le persone non-eterosessuali nella vita quotidiana: solo in questo modo sarà possibile comprendere ed aiutare le persone omosessuali nel superare le difficoltà e il disagio che lamentano.

In ultimo, ricollegandomi anche al mio ultimo articolo sul Codice Deontologico degli Psicologi Italiani (8), vorrei ricordare che i professionisti dovrebbero essere consapevoli di quanto il proprio sistema di valori – siano essi personali, politici o religiosi – possa influenzare (anche in maniera negativa) l’attività clinica, con ripercussioni dirette sul paziente stesso. Riconoscere i limiti delle proprie competenze ed inviare ad un altro collega che meglio risponda alle esigenze del paziente rappresenta una prassi di fondamentale importanza per la tutela dell’utenza. Come ricordano anche Lingiardi e coll., gli psicologi (così come tutti i professionisti della salute mentale) non devono dimenticarsi che fornire interventi inappropriati costituisce una violazione del primo principio della deontologia medica: non nuocere alla salute del paziente (Lingiardi e coll., 2015).


Note al testo:

  1. Per approfondimenti sulle terapie riparative si rimanda all’articolo di questo blog dal titolo “Riparare l’omosessualità” della collega A.G. Curti, consultabile a questo link.
  2. L’approccio affermativo è quell’approccio clinico che richiede al terapeuta un assetto mentale esente da pregiudizi eteronormativi, requisito fondamentale per poter promuovere nel paziente una ricerca ed una espressione di una dimensione autentica di sé. Ciò non significa che si debba portare il paziente all’acquisizione di una identità gay/lesbica: questa è considerata solo una possibilità, non un obiettivo a priori di questo tipo di approccio. Per ulteriori approfindimenti si rimanda al testo di Lingiardi e Nardelli (2014) in bibliografia.
  3. Nel presente articolo vengono riportati i dati raccolti dalle ricerche disponibili online in versione integrale: Lazio, Puglia ed Emilia-Romagna. Tutti gli iscritti ai relativi Albi Regionali sono stati invitati via e-mail a partecipare al questionario online. Hanno compilato il questionario una percentuale di professionisti che si attesta tra il 7,4% e il 12% degli invitati. La ricerca nel Lazio (pubblicata nel 2010) ha visto partecipare 958 iscritti, in Puglia (2013) 314 ed in Emilia-Romagna (2014) 755. Per ulteriori informazioni sui campioni e sui risultati delle ricerche si invita a consultare la bibliografia.
  4. I ricercatori hanno utilizzato il test del Chi quadrato per analizzare l’esistenza e l’eventuale significatività della relazione tra variabili demografiche e personali degli psicologi e le risposte fornite sul tema dell’omosessualità. Per ulteriori approfondimenti si rimanda ai dati completi dei singoli studi in bibliografia.
  5. Nello studio citato, i ricercatori hanno utilizzato i dati raccolti dai questionari APO nelle varie Regioni per indagare le attitudini riparative (RA) degli psicologi, ovvero la propensione a mettere in atto terapie volte (a vari livelli) alla modificazione dell’orientamento sessuale dei pazienti. Oltre all’appartenenza politica e al credo religioso, altri fattori individuati come predittori di attitudini riparative sono: l’orientamento sessuale del terapeuta (maggiore RA nei professionisti eterosessuali), l’aver avuto in precedenza pazienti omosessuali “egodistonici” (maggiore RA nei professionisti che non ne hanno mai avuti), il considerare l’omosessualità come un sintomo, come risultato di uno sviluppo psicologico incompleto, come l’esito di una mancata identificazione con il proprio ruolo di genere o come il risultato di dinamiche familiari patologiche. Per ulteriori approfondimenti si rimanda al testo in bibliografia (Lingiardi e coll., 2015).
  6. Per minority stess si intende quell’insieme di disagi psicologici dovuti all’appartenere a una minoranza, usato in riferimento alle persone omosessuali che sono sottoposte a discriminazioni e pregiudizi di vario ordine e grado (Lingiardi e Nardelli, 2014).
  7. L’omofobia interiorizzata è quell’insieme di sentimenti e atteggiamenti negativi che una persona può provare (più o meno consapevolmente) nei confronti della propria omosessualità, fino al punto di nutrire sentimenti negativi verso le persone gay e lesbiche in generale (Lingiardi e Nardelli, 2014).
  8. Per ulteriori approfondimenti si rimanda all’articolo di questo blog dal titolo “I doveri dello psicologo e i diritti dell’utenza: il Codice Deontologico degli Psicologi Italiani” disponibile a questo link.

Bibliografia:

  • American Psychological Association (2012), Guidelines for psychological practice with lesbian, gay and bisexual clients in American Psychologist, 67, pp. 10-42.
  • Kilgore H., Sideman L., Amin K., Baca L., Bohanskc B. (2005), Psychologists’ attitudes and therapeutic approaches toward gay, lesbian and bisexual issues continue to improve: an update in Psychotherapy: Theory, Research, & Practice, 42, pp. 395-400.
  • Lingiardi V., Capozzi P. (2004), Psychoanalytic attitudes towards homosexuality: an empirical research in The international Journal of Psychoanalysis, 85, pp. 137-157.
  • Lingiardi V., Nardelli N. (2010), Psicologi e omosessualità in Notiziario dell’Ordine degli Psicologi del Lazio, 3/2010-1/2011, pp. 17-29.
  • Lingiardi V., Nardelli N. (2014), Linee guida per la consulenza psicologica e la psicoterapia con persone lesbiche, gay e bisessuali, Milano: Raffaello Cortina.
  • Lingiardi V., Nardelli N., Tripodi E. (2015), Reparative attitudes of Italian Psychologists toward lesbian and gay clients: Theoretical, clinical, and social implications in Professional Psychology: Research and Practice, 46 (2), pp. 132-139.
  • Lingiardi V., Taurino A., Tripodi E., Laquale M.G., Nardelli N. (2013), L’atteggiamento degli psicologi nei confronti dell’omosessualità. Report sull’indagine svolta in Puglia in PsicoPuglia, pp. 10-23.
  • Lingiardi V., Tripodi E., Nardelli N. (2014), Atteggiamenti degli Psicologi dell’Emilia-Romagna nei confronti dell’omosessualità e dei clienti/pazienti omosessuali: report sintetico della ricerca in Bollettino dell’Ordine degli Psicologi dell’Emilia-Romagna, n. 1, pp. 21-24.

 

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