Minority stress: uno spettro nella comunità LGBT

dott.ssa S. Salvaneschi

In questo articolo mi sono proposta di mettere in luce alcuni aspetti del minority stress (tema che richiederebbe uno spazio ben più ampio!),  malessere che, come indica il nome, interessa sempre più spesso le persone appartenenti a sottogruppi della popolazione generale che per motivi di diversa natura (etnica, politica, culturale, religiosa o sessuale), vengono discriminate.

La definizione di stress in senso generale, ovvero quello cui ognuno di noi può essere sottoposto nel corso della vita, prevede che esso sia sollecitato da situazioni particolari cui le persone devono adattarsi sia da un punto di vista emotivo che da un punto di vista fisico (un esame scolastico, un cambio di lavoro o di ruolo, un evento inaspettato).
Se parliamo però di stress legato all’appartenenza ad una minoranza, la questione si complica, poiché entriamo in contatto con qualcosa che va oltre il semplice evento concreto: entriamo nel contesto delle discriminazioni e dei pregiudizi (1) (quindi di eventi mentali e non concreti) cui sono soggette alcune categorie di persone che per fattori preminentemente socio-culturali, vengono ritenute “diverse”. Considerata la vastità del tema e del materiale di ricerca a disposizione, in questo articolo prendo come riferimento i lavori di Lingiardi e Meyer, che mi sono sembrati particolarmente interessanti.

Nel contesto di cui ci interessiamo noi, ovvero quello della comunità LGBT, il minority stress può essere inteso su tre differenti dimensioni (2): omofobia interiorizzata, stigma percepito e infine esperienze di discriminazione e violenze subite con esiti traumatici cronicizzati (3). L’omofobia interiorizzata si riferisce all’interiorizzazione, da parte delle stesse persone omosessuali, del pregiudizio verso l’omosessualità, che le conduce a rifiutare il proprio orientamento sessuale, negandolo fino a provarne avversione. Per quanto concerne lo stigma percepito, possiamo dire che, tanto più sarà pregnante la percezione del rifiuto sociale, tanto più alto sarà il livello di stress che conduce l’individuo a mantenere alta l’attenzione nei confronti dell’ambiente circostante sia al fine di evitare di essere discriminato, sia per potersi difendere qualora ciò accadesse (4). A ciò si possono poi aggiungere eventuali episodi di discriminazione omofobica o violenze di altro genere subiti dal soggetto, che hanno come conseguenza quella di radicare nella persona un vissuto traumatico. Come possiamo notare, Lingiardi, nella sua definizione di minority stress, evidenzia fattori che partendo dal personale, arrivano al sociale.

In modo del tutto simile, in un interessante articolo Ilan Meyer (5), professore presso la Columbia University, esaminando gli studi riguardanti i disagi psicologici delle persone omosessuali, mette in rilievo come essi non siano in relazione diretta con l’orientamento sessuale, ma con le condizioni di vita e sociali cui ancora troppo spesso le persone LGBT sono sottoposte. In particolar modo, Meyer sostiene che il minority stress sia uno dei principali fattori causa di disagio, derivando dall’esperienza soggettiva di pregiudizi, aspettative di rifiuto da parte del prossimo, dal nascondere la propria identità sessuale per compiacere l’altro, nonché dall’omofobia interiorizzata. L’autore evidenzia come non ci sia un unico modello teorico che possa spiegare il maggior disagio psicologico presente nelle persone omosessuali, per cui, attingendo dalle ricerche svolte sia in campo psicologico, sia in quello sociologico, propone un modello teorico secondo cui, la prevalenza del malessere psicologico nelle persone LGBT è da far risalire proprio al minority stress.

Egli suggerisce un modello distale-prossimale che poggia sulle concettualizzazioni dello stress più rilevanti quando si parla di minority stress, tenendo in conto l’impatto delle condizioni e delle strutture sociali sull’individuo. Per fare ciò l’autore riprende il lavoro di Lazarus e Folkman, che definiscono le strutture sociali come fattori distali che incidono sul soggetto per il modo in cui manifestano il proprio pensiero il sentire e l’agire,  influendo sull’esperienza del singolo. A partire da questi assunti, Meyer definisce i fattori prossimali come ciò che deriva dall’esperienza soggettiva che le persone fanno del mondo esterno. Ne risulta così un continuum dai fattori distali, definiti come eventi e condizioni oggettive,  a quelli prossimali definiti soggettivi e personali poiché implicano le percezioni e i vissuti individuali. In un articolo del 1995 (6), l’autore suggerisce tre processi importanti in continuità da distali a prossimali, nell’insorgenza del minority stress negli individui LGBT, ovvero: condizioni ed eventi esterni stressogeni, aspettativa del verificarsi di tali eventi con annesso stato di vigilanza (cfr. nota 4) che ciò comporta, e l’internalizzazione di atteggiamenti sociali negativi nei confronti dell’omosessualità.

Come possiamo notare, nelle ricerche eseguite tanto da Lingiardi quanto da Meyer, risultano evidenti i fattori sociali come fonte di influenza sul benessere psichico delle persone LGBT. Mi sembra importante a questo punto sottolineare come, una corretta e capillare divulgazione di informazioni volte ad attenuare il pregiudizio e lo stigma sociale, possano essere opportune per contrastare l’omofobia e promuovere il benessere sociale nel suo insieme. A sostegno di quanto ho appena enunciato, vi sono numerose ricerche condotte sulle strategie di coping e sul sostegno sociale quali fattori protettivi nei confronti del disagio psicologico delle persone LGBT. Per esempio, Crocker e Mayor (7) asseriscono che lo sperimentare modalità differenti di fronteggiare il minority stress e l’avere a disposizione dei facilitatori sociali (gruppi di amici etero solidali, associazioni ecc.), hanno un effetto positivo sul benessere psicologico e aiutano a superare gli effetti dello stigma. In questo caso però, mi permetto di osservare, la difficoltà risiede nell’approcciarsi a queste risorse sociali, poiché per fare ciò l’individuo deve, in un certo senso, acconsentire di essere riconosciuto come omosessuale, superando dentro di sé un primo potenziale ostacolo.

Per concludere, mi sembra utile sottolineare come discutendo di minority stress, sia da tenere presente una molteplicità di aspetti che, come affermano gli studiosi, si estendono dalle caratteristiche e risorse individuali, a quelle che l’ambiente circostante potrebbe fornire. Una particolare attenzione va secondo il mio parere rivolta quindi alla complessità del singolo visto all’interno della sua “cornice” di appartenenza, per non correre il rischio di scambiare le cause del minority stress con i suoi effetti.


Note al testo:

  1. Per una lettura esaustiva inerente il pregiudizio si rimanda al testo di G.W. Allport in bibliografia.
  2. Il minority stress è stato trattato in modo sia sintetico che estesamente da V. Lingiardi.
  3. Questa espressione si riferisce al fatto che, coloro che vivono episodi di violenza e discriminazione da cui scaturiscono stati di forte attivazione stressogena, potrebbero nel tempo conservare lo stato di attivazione emotiva e somatica, propri del momento in cui il fatto si è verificato (paura, angoscia, vergogna solo per fare alcuni esempi).
  4. Il mantenere alta l’attenzione verso i segni promanati dall’ambiente circostante nei confronti del soggetto, implica numerose alterazioni dello stato fisiologico delle persone, ivi incluso un iperfunzionamento delle ghiandole surrenali che secernono adrenalina in modo eccessivo favorendo un’anomala attivazione fisiologica con conseguenze potenzialmente pericolose sul buon funzionamento dell’organismo in generale.
  5. L’articolo in questione prende in considerazione numerosi studi e ricerche effettuate in ambito psico-sociale a partire dalla metà del secolo scorso.
  6. Si tratta di un articolo in cui viene preso in considerazione il minority stress nella popolazione gay, in bibliografia.
  7. Questa ricerca venne condotta nel lontano 1989; questo ci fa intendere come, il termine minority stress che in Italia si conosce così poco, fosse già un trentennio addietro, motivo di approfondimento nei paesi d’oltreoceano.

Bibliografia:

  • Allport G.W. (1973), La natura del pregiudizio, Firenze: La Nuova Italia.
  • Crocker J., Major B. (1989), Social stigma and self-esteem: The self-protective properties of stigma in Psychological Review, 96 (4), pp. 608-630.
  • Lazarus R.S., Folkman S. (1984), Stress, appraisal, and coping,  New York: Springer.
  • Lingiardi V., Nardelli N. (2014), Linee guida per la consulenza psicologica e la psicoterapia con persone lesbiche, gay e bisessuali, Milano: Raffaello Cortina.
  • Nardelli N. (2007), Spazio zero. Minority stress e identità omosessuali in Antosa S. (a cura di)  Omosapiens 2 – Spazi e identità queer, Roma: Carocci editore.
  • Meyer I.H. (1995), Minority stress and mental health in gay men in Journal of Health and Social Behaviour, 36 (1), pp. 38-56.
  • Meyer I.H. (2003), Prejudice, Social Stress, and Mental Health in Lesbian, Gay, and Bisexual Populations: Conceptual Issues and Research Evidence in Psychological Bulletin, 129 (5), pp. 674-697.
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