L’orientamento sessuale del terapeuta

dott.ssa S. Bosatra

Quando si parla di omosessualità in psicologia o psicoterapia, spesso l’attenzione è rivolta esclusivamente all’orientamento sessuale di chi richiede un sostegno psicologico o una psicoterapia; eppure, anche l’orientamento sessuale del clinico gioca un ruolo fondamentale nella relazione terapeutica, a partire dal momento della scelta del/della professionista e lungo l’intero percorso, in cui specifiche tematiche ed emozioni possono emergere con più o meno facilità. In questo articolo, vorrei offrire alcuni spunti di riflessione su come l’orientamento sessuale del terapeuta possa influire nel lavoro clinico con pazienti omosessuali.

Chi si appresta a richiedere un sostegno psicologico o psicoterapeutico sta per affidare a un professionista della salute mentale le parti più indifese di sé, e per questo ricerca solitamente una persona con precise caratteristiche che, per ragioni strettamente personali, ispirano maggior fiducia e accoglienza. Oltre alla scelta tra uomo o donna, giovane o maturo, di questo o quell’orientamento teorico, per alcune persone omosessuali può incidere anche l’orientamento sessuale del/della professionista. Considerando i ripensamenti della clinica, che in passato ha tracciato una visione patologizzante dell’omosessualità, e in seguito ne ha invece riconosciuto la “naturalità” (in quanto variante naturale della sessualità umana), è facile comprendere quanto sia importante per le persone omosessuali individuare dei clinici aggiornati sulle tematiche LGBT. Alcuni teorici sono andati però oltre la preparazione professionale, e si sono chiesti se per i pazienti omosessuali siano più efficaci i percorsi intrapresi con clinici anch’essi omosessuali. Isay (1996) sostiene che questa corrispondenza di orientamento omosessuale sia preferibile, pur ammettendo possibili interferenze legate all’eventuale omofobia interiorizzata del/della terapeuta omosessuale. Certamente, nel rivolgersi a un professionista omosessuale, il/la paziente omosessuale avrà la percezione di trovare più solidarietà, condividere esperienze e conoscenze, e parlare liberamente in assenza di giudizio: avrà probabilmente l’aspettativa di ricevere accoglienza e comprensione da un’altra persona omosessuale, compensando così i frequenti vissuti di rifiuto della famiglia, che potrebbero invece riattualizzarsi nella relazione con un clinico eterosessuale. Questa prospettiva di corrispondenza dell’orientamento omosessuale rischia però di idealizzare la relazione tra paziente e professionista, poiché potrebbe supporre una vicinanza solidale (a volte personale) sulla base del solo orientamento sessuale, e potrebbe dare per scontato un atteggiamento non patologizzante dell’omosessualità. Credo sia importante sottolineare che l’orientamento omosessuale del clinico non garantisce l’accettazione dell’omosessualità, e che eventuali conflitti irrisolti del/della terapeuta omosessuale rischiano di amplificare i vissuti di vergogna, senso di colpa e inadeguatezza tipici dell’omofobia interiorizzata, impedendo così al/alla professionista di offrirsi come modello positivo di persona omosessuale, che vive con serenità il proprio orientamento sessuale. Offre una prospettiva diversa Moran, (1992), sottolineando come l’orientamento sessuale del clinico non influenzi in modo particolare la percezione che i pazienti omosessuali hanno di lui/lei, se ha una preparazione adeguata e se ha fatto i conti con i propri atteggiamenti ed eventuali pregiudizi nei confronti dell’omosessualità. In quest’ottica, può essere dunque superata l’idea che solo i clinici omosessuali possano intraprendere relazioni terapeutiche di successo con pazienti gay e lesbiche: sarebbe infatti un errore dare per scontato che i clinici omosessuali abbiano una maggiore comprensione dei problemi portati dai pazienti LGBT in seduta.

Per i professionisti che prendono in carico un/una paziente omosessuale, nel corso del lavoro potrebbe emergere in modo più o meno diretto la curiosità da parte dell’utente sull’orientamento sessuale del clinico. Su questo punto si apre un grande dilemma che divide i terapeuti: è giusto fare coming-out con il/la mio/a paziente?
Mentre in passato la comunità scientifica condannava qualsiasi violazione della neutralità terapeutica, oggi alcune forme di self-disclosure (svelamento di sé) sono considerate come potenziali atti terapeutici, a volte inevitabili. Jacobs (1999) ne ha individuato tre forme: 1) l’attuazione inconsapevole di comportamenti “rivelatori” verbali e non verbali; 2) la condivisione consapevole di aspetti di sé; 3) le risposte a domande personali fatte dall’utente. Riguardo all’orientamento omosessuale del terapeuta, eventuali domande dirette o intuizioni del/della paziente hanno influenze notevoli sulla relazione terapeutica: scoprire che anche il clinico è omosessuale potrebbe offrire in alcuni casi un modello positivo che attenua l’omofobia interiorizzata, ma in altri potrebbe destabilizzare la convinzione che sia eterosessuale, o ancora potrebbero crearsi tensioni emotive per il fatto di non parlare apertamente dell’omosessualità del terapeuta, o avere luogo altre dinamiche complesse. A questo proposito, Lingiardi sottolinea l’importanza di valutare caso per caso l’utilità clinica della self-disclosure sull’orientamento sessuale del terapeuta: perché possa essere un atto creativo e terapeutico, il professionista deve chiedersi se tale svelamento è importante per sé o per il/la paziente, e quale funzione svolgerà per la terapia in quel preciso momento del percorso. In alcuni casi, una condivisione così profonda può permettere alla coppia paziente-terapeuta di superare situazioni di stallo e arrivare a punti di svolta fondamentali della terapia, possibili solo se entrambi sono disposti a lasciarsi andare in un coinvolgimento autentico. Al contrario, la cieca neutralità che non ammette aperture sull’omosessualità del terapeuta potrebbe aumentare lo stigma del paziente omosessuale, e portare la coppia ad evitare di dare spazio ai vissuti legati all’omofobia interiorizzata. Proprio l’eventuale resistenza del/della terapeuta omosessuale a svelarsi al paziente potrebbe essere, inoltre, un importante segnale della sua omofobia interiorizzata, e dovrebbe essere oggetto di analisi per meglio comprendere gli atteggiamenti personali che stanno influenzando la relazione terapeutica.

In conclusione, credo che la preparazione professionale e la rielaborazione dei propri vissuti riguardo all’omosessualità siano fondamentali per i clinici, sia omosessuali sia eterosessuali, che accolgono in studio un/una paziente omosessuale: come di fronte ad ogni altro paziente, ciascun terapeuta si trova a fare i conti con vissuti emotivi, a volte molto distanti, a volte molto vicini a sé, e quando non riesce a regolare la “giusta distanza” (per eccessiva lontananza o eccessivo coinvolgimento) è fondamentale che invii il paziente a un collega sottolineando i propri limiti professionali (e non il rifiuto del/della paziente), per salvaguardare il benessere della persona che sta cercando una figura di fiducia.


Bibliografia:

  • Castañeda (2006), Comprendere l’omosessualità. Roma: Armando Editore.
  • Drescher J. (2015), “Trattamento di lesbiche, gay, bisessuali e transessuali” in Hales R. E., Yudofsky S. C., Roberts L. W., Manuale di Psichiatria: American Psychiatric Publishing, Edra Masson, pp. 1137-1158.
  • Lingiardi V. (2011), Commento a “Il caso Sebastiano (la self-disclosure del terapeuta omosessuale con un paziente omosessuale)” di Firetto A. in Psicoterapia e Scienze Umane, 45 (4), pp.573-576, disponibile online in versione integrale a questo link.
  • Lingiardi V., Nardelli N. (2014), Linee guida per la consulenza psicologica e la psicoterapia con persone gay, lesbiche e bisessuali, Milano: Cortina.
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