Dichiararsi a se stessi e agli altri: la sfida del coming-out

dott. C. Baggini

Per una persona omosessuale, il coming out rappresenta uno degli atti soggettivamente più rilevanti all’interno del processo di costruzione di una propria identità. La letteratura scientifica e il parlare comune, spesso, utilizzano questo termine con accezioni differenti.
Il termine “coming out” deriva dall’espressione inglese “coming out of the closet“, letteralmente “uscire dal ripostiglio”, e può essere tradotta con il termine “dichiararsi”. Nell’uso di tutti i giorni, questa espressione viene utilizzata per indicare l’atto volontario di una persona omosessuale (o bisessuale) di rivelare ad altri il proprio orientamento sessuale (Lingiardi e Nardelli, 2014) (1). In psicologia e sociologia, tuttavia, con coming out si intende qualcosa di più complesso, che non ha a che fare unicamente con il dichiararsi agli altri, ma prima ancora con il dichiararsi a se stessi; ci si riferisce quindi ad un processo primariamente interiore di scoperta del proprio orientamento sessuale e di costruzione di una identità come persona gay, lesbica o bisessuale (2).

A partire dagli anni ’70, diversi studiosi hanno proposto dei modelli di costruzione dell’identità omosessuale: tra i pionieri in questo campo si può citare Cass, che divide questo processo in sei differenti stadi (Cass, 1979). Secondo la psicologa australiana, la persona comincia a mettere in dubbio la propria eterosessualità e a domandarsi se potrebbe essere omosessuale; da qui inizia un percorso lungo il quale il soggetto ricerca ed entra in contatto con altre persone non eterosessuali, esplora l’effettiva possibilità di una vita diversa rispetto a quella proposta dalla società eteronormativa, sviluppa un senso di appartenenza nei confronti della comunità omosessuale e, infine, giunge ad integrare la propria identità sessuale con gli altri aspetti del sé. Cass sottolinea come questi stadi siano solo una indicazione di massima e che non necessariamente una persona omosessuale li attraversi o li raggiunga. E’ infatti innegabile che ogni individuo sia unico e che, quindi, il proprio percorso di costruzione di una identità personale autentica sia assolutamente soggettivo e differente da quello degli altri, con le proprie peculiarità, difficoltà e conquiste.

Nel corso degli anni sono stati proposti molti altri modelli (Troiden, 1979; Savin-Williams, 1988; Fassinger, 1991; D’Augelli, 1994) che si focalizzano sulla risoluzione del conflitto interiore relativo all’identificarsi come gay/lesbiche. In generale, si può affermare che il coming out, inteso come processo di scoperta e affermazione di sé, può essere diviso in due macro-aspetti: il coming out interiore e il coming out esteriore (Riley, 2010).

Durante il coming out interiore, le esperienze personali, il proprio temperamento, l’appartenenza religiosa o politica e l’ambiente giocano un ruolo di grande importanza. Tipicamente, l’attrazione verso una persona dello stesso sesso oppure delle esperienze affettive omosessuali dirette cominciano a mettere in dubbio l’intriseca convinzione che una persona ha di se stessa, ovvero di essere eterosessuale. A questo punto del percorso, l’individuo mette generalmente in atto diverse strategie (per esempio, la negazione, la deresponsabilizzazione, l’evitamento, ecc.) per allontanare da sé l’idea di poter essere omosessuale o bisessuale: questa fase può essere molto lunga e può, in linea teorica, non avere mai fine. E’ un periodo caratterizzato da solitudine, forte stress, incertezza, vergogna, senso di colpa e di alienazione. Nella maggior parte dei casi, questi sentimenti negativi egodistonici portano la persona a fare un passo avanti, ovvero a cominciare ad ammettere la possibilità di non essere eterosessuali: l’individuo inizia così a riconoscere e ad accettare i propri sentimenti, spesso sperimentando e “mettendo alla prova” se stesso in relazioni omosessuali. L’esperienza diretta e l’emergere delle emozioni positive collegate ad essa aumenta nel soggetto un senso di “normalità” personale e lo porta a considerare il proprio orientamento sessuale non più come un problema o qualcosa di cui vergognarsi, ma bensì come un aspetto fondante della propria identità che viene percepito come positivo (Bilodeau e Renn, 2005). All’interno di questo percorso di scoperta e accettazione di sé prende posto solitamente anche il processo di coming out esteriore.

Come si accennava in precedenza, ciò che comunemente si intende con l’espressione coming out è quel processo che la psicologia identifica con il coming out esteriore. L’atto di dichiarare il proprio orientamento sessuale ad altri è una fase che solitamente consegue ad un certo grado di auto-accettazione e di costituzione di una identità omosessuale interiore, anche se non è detto che la prima sia temporalmente subordinata alla seconda. Il momento del coming out agli altri è un atto spesso descritto come un “rito di passaggio” per la comunità LGBT, caratterizzato da molti sentimenti contrastanti. Da una parte la persona non ancora dichiarata vive nel desiderio di poter finalmente uscire dal proprio guscio e dalla solitudine, liberandosi dal grosso peso di dover vivere nel silenzio; di contro, però, è indubbio che questo momento sia caratterizzato da forte stress, ansia e talvolta anche vergogna, nella paura di poter essere giudicati, rifiutati o, addirittura, vittima di violenza psicologica o fisica. Quello che è certo è che il coming out non è un atto che si esaurisce con la prima dichiarazione (per esempio, al proprio migliore amico o alla migliore amica), ma se vogliamo è un processo senza mai fine, che mette ogni volta di fronte ad una nuova sfida, a nuovi contesti, a nuove persone e, quindi, ha sempre un certo grado di imprevedibilità nei suoi esiti.

La ricerca scientifica ha mostrato come esista una certa gradualità nel percorso di coming out esteriore: generalmente i giovani omosessuali si dichiarano prima con un gruppo ristretto di amici di cui si fidano, per poi ampliare ad una cerchia più estesa di pari e, infine, dichiararsi ai propri genitori (Grov et al., 2006; Savin-Williams e Ream, 2003). Questi dati non sorprendono, visto che per gli adolescenti il gruppo di affiliazione più importante è proprio quello dei pari (Riley, 2010). In questo primo momento, i giovani omosessuali si devono confrontare con la paura di essere rifiutati, di rovinare rapporti amicali rilevanti, di essere vittima di bullismo e di sperimentare, in generale, il fallimento. Una volta superate queste prime paure e una volta iniziato il coming out esteriore, però, la persona LGB comincia a sperimentare delle nuove possibilità, costruisce una rete di supporto fidata con cui potersi confidare e con cui poter finalmente essere se stessa, contribuendo a rinforzare la propria identità, ad aumentare la propria autostima e il grado di accettazione del proprio orientamento sessuale. Questi presupposti fungono da “base sicura” per proseguire nel proprio percorso di coming out e permettono all’individuo di vivere i successivi atti di “dichiararsi” con maggiore facilità e naturalezza, minore paura e minore stress.

Durante la fase di coming out in famiglia, invece, la persona si deve confrontare con altri tipi di timori: ferire i propri genitori, sperimentare disappunto o disprezzo, essere cacciata di casa, non ricevere più il sostentamento economico da parte dei famigliari. Tali anticipazioni negative spesso rendono ancora più difficile affrontare questo passo, ritardandolo nel tempo o addirittura facendo sì che ciò non avvenga mai; tuttavia, la letteratura mostra come – nonostante possibili reazioni negative iniziali – solo 1 persona su 20 riporta nel tempo una effettiva diminuzione nella qualità del rapporto con i propri genitori (Savin-Williams e Ream, 2003). Si deve inoltre ricordare come l’orientamento sessuale rappresenti una caratteristica che solitamente non è nota e condivisa dalla famiglia dell’individuo, a differenza di quanto invece può essere per altre minoranze (come quelle etniche, per esempio): ciò contribuisce a caricare questa fase di aspettative negative e a rendere difficile chiedere aiuto a mamma e papà in caso di situazioni, per esempio, di bullismo. Sebbene non tutti i giovani adulti abbiano un legame stretto con i propri genitori, è facile immaginare come, in generale, dichiararsi ai famigliari rappresenti un passaggio importante nel percorso di acquisizione di una identità omosessuale e legittimando di fatto la persona a vivere felicemente e liberamente la propria vita.

Un’altra area di particolare interesse parlando di coming out riguarda la sfera lavorativa. Ci si riferisce in generale a persone con un’età maggiore, e quindi si può ipotizzare che abbiano maturato una propria identità omosessuale più strutturata e che abbiano fatto coming out già all’interno di altri contesti di vita. Nonostante ciò, questa fase porta con sé altri tipi di sfide e di timori: la paura di perdere il posto di lavoro, di essere vittima di mobbing o più semplicemente di perdere un gruppo di affiliazione significativo all’interno della propria vita (3).

Come abbiamo potuto leggere, il coming out è un argomento estremamente complesso e multidimensionale, che coinvolge moltissimi fattori tra cui quelli personali, il contesto di vita, i propri valori, ecc. Mi preme sottolineare come quanto detto sopra non debba essere interpretato come una serie di tappe prestabilite ed imprescindibili nella vita di un individuo. Ogni persona LGBT deve sentirsi libera di potersi dichiarare agli altri o meno, di farlo se e quando si sente pronta, di scegliere con chi farlo, in che modo e in che misura: solo così il soggetto potrà veramente percepirsi come padrone della propria esistenza e della propria identità nella sua intrinseca unicità. In generale, però, si può affermare che la ricerca scientifica ha ampiamente sottolineato i benefici conseguenti al dichiarare il proprio orientamento sessuale agli altri, e di contro gli effetti negativi della “closetedness” (ovvero del non dichiarare il proprio orientamento sessuale) sul benessere psicologico, sulla qualità della vita e sulla salute fisica dell’individuo (per citare alcuni studi: Garnets e Kimmel, 1993; Savin-Williams e Rodriguez, 1993; Lane & Wegner, 1995; Cole et al., 1996; Ellis e Riggle, 1996; Kalichman e Nachimson, 1999).

Un ultimo aspetto inerente al coming out che mi sembra utile mettere in evidenza esula dalla prospettiva soggettiva della persona omosessuale, ma si riferisce al mondo esterno, mettendo gli altri al centro del discorso. Dichiarare il proprio orientamento sessuale, raccontare la propria storia e la propria esperienza, con tutte le difficoltà e i traguardi raggiunti, rappresenta un potente strumento per chi il coming out non lo ha ancora fatto e per tutte quelle persone che non hanno mai toccato l’argomento omosessualità in prima persona (ma che magari vivono vicino a noi, sono nostri concittadini, esprimono il loro diritto di voto proprio come tutti gli altri). Ecco che il coming out può essere visto come un gesto di solidarietà, come occasione per informare gli altri, per aiutare chi è in difficoltà con la propria identità omosessuale, per far scoprire un punto di vista differente a chi non appartiene o non conosce la comunità LGBT. Si pensi alla grande risonanza che ha avuto il progetto “It gets better” e il suo corrispettivo italiano “Le cose cambiano“, di cui già abbiamo parlato in passato, o all’importanza e alla sempre maggiore diffusione delle testimonianze video di coming out su YouTube (4). Per concludere, voglio ricordare che l’11 giugno 2016 si terrà la seconda edizione del PaviaPride, promosso dall’associazione Arcigay Pavia “Coming-Aut“, che quest’anno ha dedicato la manifestazione proprio al tema del coming out. Cito un estratto del manifesto dell’evento che mi sembra particolarmente esemplificativo di quanto appena detto:

“Il PaviaPride 2016 vuole manifestare il desiderio della nostra comunità di essere parte viva e propositiva dentro una società che, per continuare ad avanzare sulla strada dell’inclusività, dell’eguaglianza, dei diritti, ha bisogno dell’affermazione della nostra differenza. Ripartire dal coming out significa consolidare le fondamenta della nostra battaglia, perché se è vero che il cambiamento è responsabilità di ciascuno di noi, è anche vero che per esercitare questa responsabilità abbiamo bisogno di essere liberi. Ripartiamo da qui: soltanto se le fondamenta sono solide possiamo immaginare una casa abbastanza grande per tutti.” (5)


Note al testo:

  1. Spesso l’espressione coming out viene confusa con la parola outing, con la quale si intende, invece, la rivelazione pubblica da parte di terzi dell’orientamento sessuale (reale o presunto) di un altro individuo, indipendentemente dalla sua volontà.
  2. Si sottolinea come il termine coming out all’interno della comunità LGBT e della comunità scientifica venga spesso utilizzato anche per indicare la scoperta e la dichiarazione della propria identità di genere, in riferimento quindi alle persone transessuali/transgender. Sebbene molte delle cose riportate in questo articolo siano applicabili anche al discorso dell’identità di genere, si tratta di un argomento differente rispetto all’orientamento sessuale, con peculiarità e aspetti profondamente differenti: per questo motivo mi sembra opportuno limitare il focus dell’articolo all’orientamento sessuale, e quindi alle persone lesbiche, gay e bisessuali. Per ulteriori informazioni sul discorso del coming out in relazione all’identità di genere si rimanda a: Gagné et al., 1997; Zimman, 2009.
  3. Per ulteriori approfondimenti sul tema del coming out sul posto di lavoro si rimanda a: Button, 2001; Ragins, Singh e Cornwell, 2007; Clair et al., 2005.
  4. Per approfondimenti sul progetto “It gets better” si consiglia di visitare il sito ufficiale; per approfondimenti sul progetto “Le cose cambiano” si rimanda al sito ufficiale e al libro di Savage e Miller (2013). Per visionare alcune storie di coming out su YouTube si rimanda a questo link.
  5. Per ulteriori informazioni sulla manifestazione PaviaPride 2016 e sull’associazione promotrice dell’evento, Arcigay Pavia “Coming-Aut”, si invita a visitare i siti ufficiali.

Bibliografia:

  • Bilodeau B.L., Renn K.A. (2005), Analysis of LGBT identity development models and implications for practice in New directions for student services, 111, pp. 25-39.
  • Button S.B. (2001), Organizational efforts to affirm sexual diversity: a cross-level examination in Journal of applied psychology, 86, pp. 17-28.
  • Cass V.C. (1979), Homosexual identity formation: a theoretical model in Journal of homosexuality, 4 (3), pp. 219-235.
  • Clair J.A., Beatty J.E., Maclean T.L. (2005), Out of sight but not out of mind: managing invisible social identities in the workplace in Academy of management review, 30, pp. 78-95.
  • Cole S.W., Kemeny M.E., Taylor S.E., Visscher B.R. (1996), Elevated physical health risk among gay men who conceal their homosexual identity in Health psychology15(4), pp. 243-251.
  • D’Augelli A.R. (1994), Identity development and sexual orientation: toward a model of lesbian, gay and bisexual development in Trickett E.J., Watts R.J., Birman D., “Human diversity: perspectives on people in context”, San Francisco: Jossey-Bass.
  • Ellis A.L., Riggle E.D. (1996), The relation of job satisfaction and degree of openness about one’s sexual orientation for lesbians and gay men in .Journal of homosexuality30(2), pp. 75-85.
  • Fassinger R.E. (1991), The hidden minority: issues and challenges in working with lesbian women and gay men in Counseling psychologist, 19(2), pp. 157-176.
  • Gagné P., Tewksbury R., McGaughey D. (1997), Coming out and crossing over identity formation and proclamation in a transgender community in Gender & society, 11(4), pp. 478-508.
  • Garnets L.D., Kimmel D.C. (1993), Psychological perspectives on lesbian and gay male experiences, New York: Columbia University Press.
  • Grov C., Bimbi D.S., Nanin J.E., Parsons J.T. (2006), Race, ethnicity, gender and generational factors associated with the coming-out process among gay, lesbian and bisexual individuals in The journal of sex research, 43 (2), pp. 115-121.
  • Kalichman S.C., Williams E., Nachimson D. (1999), Brief behavioural skills building intervention for female controlled methods of STD-HIV prevention: outcomes of a randomized clinical field trial in International journal of STD & AIDS, 10(3), pp. 174-181.
  • Lane J.D., Wegner D.M. (1995), The cognitive consequences of secrecy in Journal of personality and social psychology, 69, pp. 237-253.
  • Lingiardi V., Nardelli N. (2014), Linee guida per la consulenza psicologica e la psicoterapia con persone lesbiche, gay e bisessuali, Milano: Raffaello Cortina.
  • Ragins B.R., Singh R., Cornwell J. M. (2007), Making the invisible visible: fear and disclosure of sexual orientation at work in Journal of applied psychology, 92(4), pp. 1103-1118.
  • Riley B.H. (2010), GLB adolescent’s coming out in Journal of child and adolescent psychiatry nursing, 23 (1), pp. 3-10.
  • Savage D., Miller T. (2013), Le cose cambiano. Storie di coming out, conflitti, amori e amicizie che salvano la vita,Milano: Isbn edizioni.
  • Savin-Williams R.C. (1988), Theoretical perspectives accounting for adolescent homosexuality in Journal of adolescent health, 9 (6), pp. 95-104.
  • Savin-Williams R.C., Ream G.L. (2003), Sex variations in the disclosure to parents of same-sex attractions in Journal of family psychology, 17 (3), pp. 429-438.
  • Savin-Williams R.C., Rodriguez R.G. (1993), A developmental, clinical perspective on lesbian, gay male, and bisexual youths in Gullotta T.P., Adams G.R., Montemayor R.,“Adolescent sexuality: advances in adolescent development”, Thousand Oaks: Sage Publications Inc.
  • Troiden R.R. (1979), Becoming homosexual: a model of gay identity acquisition in Psychiatry, 42, pp. 362-373.
  • Zimman L. (2009), The other kind of coming out: transgender people and the coming out in Gender & language, 3 (1), pp. 53-80.
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