Omofobia: la paura del “diverso”

dott.ssa S. Salvaneschi

Si avvicinano i giorni della manifestazione Gaypride in tutta Italia e, come ogni anno, i preparativi e l’entusiasmo con cui la comunità LGBT affronta questo evento sono oscurati da promesse di contromanifestazioni provenienti da un universo cultural-politico che ancora non accetta e riconosce che non è quello eterosessuale l’unico orientamento sessuale possibile.
E’ proprio in queste circostanze, in cui le controversie circa la liceità delle manifestazioni quali il Gaypride imperversano, che più spesso si sente parlare di omofobia, ovvero dell’avversione che alcune persone manifestano nei confronti della comunità LGBT.
In questo articolo mi  sembra opportuno dunque definire  l’omofobia e delineare l’impatto che essa ha sulle persone LGBT  attenendomi a quello che è l’aspetto psicologico, sebbene questo costituisca solo uno dei molti ambiti nei quali una società omofobica produce  effetti,  in conseguenza del proprio pregiudizio.

Il termine omofobia  è stato coniato da George Weinberg negli anni ’70 (1) e si compone del prefisso “omo” che qui sta ad indicare “omosessuale” (2), e dal suffisso fobia che significa paura. Ne consegue che l’omofobia  possa definirsi  come  quell’insieme di sentimenti che vanno dalla paura irrazionale, all’intolleranza fino al l’odio, nei confronti delle persone omosessuali (3) da parte della società eterosessistaSecondo Weinberg, in questo caso la fobia opera come un pregiudizio (Weinberg, 1972) che colpisce e provoca malessere  non solo in chi lo prova, ma anche a chi è oggetto di atteggiamenti e comportamenti omofobici altrui, ovvero gli omosessuali.

Le reazioni che una persona omofoba ha quando si ritrova dinanzi ad una persona omosessuale  possono  quindi  essere le più diverse: si può partire da un semplice disagio, per passare poi al disgusto fino a sfociare in veri e propri atti di violenza fisica e psicologica.
Blumenfeld  (1992) suggerisce l’esistenza di  quattro diversi livelli di omofobia: personale, interpersonale, istituzionale e sociale. La prima si riferisce ai pregiudizi individuali nei confronti di gay e lesbiche; la seconda si manifesta nel momento in cui le persone traducono in comportamenti il loro pregiudizio (quando ad esempio si fanno beffa degli omosessuali designandoli con nomi offensivi), mentre l’omofobia istituzionale si riferisce alle politiche discriminatorie delle istituzioni. Infine, l’omofobia sociale è messa in atto quando vengono espressi i comuni stereotipi su gay e lesbiche facendo si che questi vengano esclusi dalle rappresentazioni  culturali collettive.

Mi sembra importante sottolineare che gli atteggiamenti omofobici esercitano una potente influenza sulle persone LGBT, colpendole su un duplice livello: personale e sociale. A livello personale, l’interiorizzazione degli stereotipi comunemente enunciati  (4) conduce a quella forma di omofobia che, essendo vissuta anche dal soggetto omosessuale, viene definita come omofobia interiorizzata e impedisce alla persona la serena accettazione del proprio orientamento sessuale. A livello sociale invece, le persone LGBT vengono indotte a nascondere il proprio orientamento, a dissimularlo dinnanzi a terze persone, a rinnegare una parte importante della propria identità, pena la non accettazione, discriminazione ed esclusione  dai gruppi sociali di vario genere: scolastico, lavorativo, amicale, politico ecc.

Tutto questo influisce in modo talvolta devastante sulla psiche delle persone LGBT:  i timori, le ansie e le paure legate al riconoscersi un orientamento sessuale diverso da quello eterosessuale, incide come ho già sottolineato nel mio articolo sul Minority stress, sul benessere  psicologico  di queste  persone  che, come diversi studi sottolineano (5), sarebbero più esposte al Disturbo Post Traumatico da Stress (PTSD) rispetto alle persone eterosessuali. Inoltre sono frequenti nelle persone della comunità LGBT  anche  disturbi di ansia cronica e depressione che, come i fatti di cronaca ci insegnano, possono giungere all’atto estremo di togliersi la vita.

In conclusione, mi sembra molto importante poter riflettere su come, nonostante la depatologizzazione dell’omosessualità e le evidenze scientifiche a sostegno delle omosessualità come normali varianti della sessualità umana, vi sia ancora molto da fare perché la società tutta possa comprendere e accettare la diversità come qualcosa che può arricchire senza privare il singolo dei propri diritti. Sia egli etero o omosessuale.


Note al testo:

  1. George Weinberg, psicologo clinico docente presso la Columbia University.
  2. In sostituzione di omogeneo.
  3. Esistono altre accezioni quali: bifobia, ovvero la fobia nei confronti di persone bisessuali, e omo-transfobia nei confronti di omosessuali-transessuali.
  4. Alcuni dei più comuni stereotipi si possono leggere nel saggio di Lingiardi in bibliografia.
  5. Mi riferisco qui alle recenti ricerche di Mays e Cochran del 2001,  e a quelle di Rivers del 2011, reperibili ai relativi link.

Bibliografia:

  • Blumenfeld W.J. (1992), Sex changes transformations in society and psychoanalysis, Londra-New York: Routledge.
  • Lingiardi V. (2014), Linee guida per la consulenza psicologica e la psicoterapia con persone lesbiche, gay, bisessuali, Milano: Raffaello Cortina.
  • Weinberg G. (1972), Society and the Healthy Homosexual, New York: St. Martin’s Press.
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