Dal T- DoR alle buone prassi di intervento psicologico: ricordare il passato, migliorare il futuro

dott.ssa S. Salvaneschi

Scrivo questo articolo sulla spinta di due motivi fondamentalmente: il primo e più evidente, è il ricorrere del T-DoR lo scorso 20 novembre, il secondo è legato al desiderio di approfondire per quanto qui possibile, il tema dell’intervento psicologico e psicoterapeutico con le persone T che non avevo incluso nel mio ultimo articolo (1).  Vorrei però procedere con ordine e fornire prima alcuni cenni rispetto alla ricorrenza succitata per poi passare agli aspetti che più si riferiscono alla psicologia e la psicoterapia con persone T.

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Un primo sguardo all’omogenitorialità

dott. C. Baggini

Con l’introduzione delle unioni civili e con l’aspro dibattito politico e sociale in merito alle adozioni omogenitoriali e, nello specifico, alla stepchild adoption, negli ultimi anni anche in Italia si è spostata l’attenzione dell’opinione pubblica sul tema dell’omogenitorialità, ovvero alla funzione genitoriale esercitata dalle coppie gay e lesbiche (Lingiardi e Nardelli, 2014).
A tal proposito mi sembra doveroso sottolineare – come già in passato abbiamo fatto nei nostri articoli – come nell’analizzare un fenomeno non ci si possa fermare unicamente ad un piano personale, ma sia doveroso prendere in considerazione anche – e soprattutto – ciò che la letteratura scientifica internazionale è in grado di dire in merito.
Con questo articolo, vorrei portare all’attenzione dei lettori l’ultimo lavoro di ricerca – in ordine cronologico e di rilevanza scientifica – sul delicato tema dell’omogenitorialità, redatto dalla Dott.ssa Rachel H. Farr, docente di Psicologia dello sviluppo all’Università del Kentucky, e pubblicato nell’ottobre 2016 sulla rivista internazionale
Developmental Psychology (1) (Farr, 2016).

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Bullismo omofobico: perché è importante parlarne a scuola?

dott.ssa S. Bosatra

In questo articolo propongo un approfondimento sul bullismo omofobico, un tema protagonista di molti attuali interventi di educazione sessuale e affettiva negli istituti scolastici, che però hanno sollevato un aspro dibattito pubblico, nonché politico e religioso, sul valore educativo dei contenuti proposti e sull’adeguatezza della scuola come luogo deputato. In seguito a una necessaria premessa sulle caratteristiche del bullismo omofobico, vorrei porre l’attenzione su come l’ambiente idoneo a questo tipo di interventi, data la natura del fenomeno, debba essere necessariamente la scuola.

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Linee guida per pazienti LGB: ne abbiamo bisogno?

dott.ssa S. Salvaneschi

L’idea per questo articolo mi è sorta in seguito a un dibattito avuto con alcuni colleghi che aveva come oggetto le “Linee guida per la consultazione e la psicoterapia con persone LGB ” (“Guidelines for Psychological Practice with Lesbian, Gay, and Bisexual Clients”) (1) volute dall’APA (American Psychological Association) e le corrispondenti italiane pubblicate nel saggio dei Dottori Lingiardi e Nardelli: l’interrogativo era se questi documenti siano un qualcosa di necessario e utile per i terapeuti o, al contrario, un qualcosa di ridondante.
Fermo restando che ognuno di noi si occupa di ogni paziente (eterosessuale e non) avendo cura di favorire un setting confortevole e in osservanza del Codice Deontologico, la discussione verteva soprattutto sulle piccole sfumature che occorrerebbe tenere presenti quando si affronta per la prima volta una seduta con un nuovo utente. Non è infatti scontato che chi si rivolge a noi per una consultazione e una eventuale terapia, debba avere per forza di cose un orientamento sessuale eterosessuale.

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Lo Sportello Famiglia di Regione Lombardia: che “gender” di servizio è?

dott. C. Baggini

Come molti lettori sapranno, a partire dal 12 settembre 2016 – in concomitanza con la ripresa delle lezioni scolastiche – è attivo in Regione Lombardia lo “Sportello Famiglia”, ribattezzato fin da subito dalla stampa e dagli stessi assessori promotori dell’iniziativa “sportello anti-gender nelle scuole”. In che cosa consiste questo servizio statale e come funziona?

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La legge Cirinnà: un obbligo di infedeltà?

dott.ssa A. G. Curti

Il Ddl Cirinnà, approvato a Maggio di quest’anno, segna nel nostro Paese il primo passo in assoluto per il riconoscimento legislativo delle unioni omosessuali: un passo storico, senza dubbio, che finalmente ci allinea, seppur parzialmente, agli altri paesi – in ed extra Unione – a cui diamo per scontato di assomigliare per grado di civiltà, evoluzione e democrazia. Da più di un decennio la politica italiana cercava di dare una forma e uno statuto legislativi ad una realtà italiana fatta di tutta quella serie di persone, storie, affetti, progetti e impegni che, fino ad oggi, non potevano, letteralmente, avere una collocazione e un posto giuridici e, di conseguenza, simbolici. Come spesso accade ai primi tentativi, la Legge Cirinnà si accompagna anche a non poche perplessità e lacune che, pur non togliendo nulla alla storicità del passaggio, vale la pena di considerare in modo franco e critico. Uno degli elementi di maggiore dibattito, tanto nella comunità omosessuale quanto nel sentire comune del nostro paese, è stato la scelta di abolire, per le unioni civili omosessuali, il cosiddetto obbligo di fedeltà, allo scopo esplicito di differenziare tramite questo punto la forma giuridica dell’unione civile da quella del matrimonio.

Scopo di questo articolo è proprio quello di dialogare su questo punto, mantenendo sempre come sfondo trasversale il collegamento esistente tra il livello del riconoscimento giuridico e quello del riconoscimento sociale e soggettivo: in altre parole, vorrei che nel dialogare della scelta relativa all’obbligo di fedeltà, si tenesse sempre a mente che diritto e psicologia non sono affatto linee parallele, prive di punti in comune, ma che, anzi, costituiscono due ambiti che ricorsivamente esplicitano la loro influenza reciproca. Quello che non trova parola nella legge, non può trovare parola nel discorso sociale/psicologico, e viceversa.

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La strage di Orlando – una riflessione

dott.ssa A. G. Curti

Quanto segue è una riflessione, che vorrei il più possibile libera e critica, sui fatti accaduti ad Orlando lo scorso dodici Giugno. Vorrei specificare, per quanto magari in modo superfluo, che si tratta di pensieri personali, di difficilissima esposizione, data la delicatezza – un eufemismo! – del tema, che impone un rispetto, un garbo e un tatto che difficilmente si riesce ad avere, specie per chi, come me, non scrive per professione.

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Omofobia: la paura del “diverso”

dott.ssa S. Salvaneschi

Si avvicinano i giorni della manifestazione Gaypride in tutta Italia e, come ogni anno, i preparativi e l’entusiasmo con cui la comunità LGBT affronta questo evento sono oscurati da promesse di contromanifestazioni provenienti da un universo cultural-politico che ancora non accetta e riconosce che non è quello eterosessuale l’unico orientamento sessuale possibile.
E’ proprio in queste circostanze, in cui le controversie circa la liceità delle manifestazioni quali il Gaypride imperversano, che più spesso si sente parlare di omofobia, ovvero dell’avversione che alcune persone manifestano nei confronti della comunità LGBT.
In questo articolo mi  sembra opportuno dunque definire  l’omofobia e delineare l’impatto che essa ha sulle persone LGBT  attenendomi a quello che è l’aspetto psicologico, sebbene questo costituisca solo uno dei molti ambiti nei quali una società omofobica produce  effetti,  in conseguenza del proprio pregiudizio.

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Dichiararsi a se stessi e agli altri: la sfida del coming-out

dott. C. Baggini

Per una persona omosessuale, il coming out rappresenta uno degli atti soggettivamente più rilevanti all’interno del processo di costruzione di una propria identità. La letteratura scientifica e il parlare comune, spesso, utilizzano questo termine con accezioni differenti.
Il termine “coming out” deriva dall’espressione inglese “coming out of the closet“, letteralmente “uscire dal ripostiglio”, e può essere tradotta con il termine “dichiararsi”. Nell’uso di tutti i giorni, questa espressione viene utilizzata per indicare l’atto volontario di una persona omosessuale (o bisessuale) di rivelare ad altri il proprio orientamento sessuale (Lingiardi e Nardelli, 2014) (1). In psicologia e sociologia, tuttavia, con coming out si intende qualcosa di più complesso, che non ha a che fare unicamente con il dichiararsi agli altri, ma prima ancora con il dichiararsi a se stessi; ci si riferisce quindi ad un processo primariamente interiore di scoperta del proprio orientamento sessuale e di costruzione di una identità come persona gay, lesbica o bisessuale (2).

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